(scritto con l'alias Amicus Plato)
| Pubblicato su: | Il Frontespizio, anno IX, fasc. 1, p. 8 | ||
| Data: | gennaio 1937 |

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In Pirandello scrittore due versanti illuminati e fertili: Novella e Teatro.
In alcune, e diciamo pur molte, novelle il meglio di lui come artista: tradizione siciliana, verghiana, in conclusione francese e naturalista, ma risolutamente e onestamente arricchita. Pirandello, nei racconti, è un Verga che sa pensare e sorridere; di più uno scrittore generoso di personali risorse, sagace inquisitore dell'uomo bestia e maschera, odiatore alacre d'ogni comodità di abitudini e d'ogni civettesca mediocrità. Il più sicuro gruzzolo di Pirandello è nascosto nelle Novelle per un anno, poco lette in Italia, quasi ignote fuori.
Nel Teatro, che gli dette fama intercontinentale, Luigi Pirandello continuò, a suo modo, Leopardi e Ibsen. Dal norvegese la smania di sbuzzare e pesticciare sui palcoscenici i luoghi comuni della morale borghese; dal recanatese l'eroica volontà di perseguitare negli ultimi ripari gli ideologici idoli delle tribù umane.
Leopardi, però, s'era contentato di abbandonare, gemendo, le illusioni della gloria, della gioventù, della durata, della Natura e del Sommo Bene. Pirandello, più armato e più crudele, s'è proposto di liquefare le illusioni superstiti: l'unicità dell'io, la monocromia del carattere, la possibilità di conoscere e di prevedere i moti dell'anima, la comune onestà, quasi ogni forma di amore. Invece di piangere su tante rovine pareva che di quella universal eversione si compiacesse e ridesse. In realtà ne soffriva più dei lacrimosi. Era talmente assetato di verità che non poteva contentarsi di contraffazioni e di facsimili. E nel furor distruttivo trovava il suo estro creativo nell'eracliteo fluire dell'essere il suo punto d'appoggio; nella disperazione una specie di severo conforto.
Il grande compito di Luigi Pirandello fu quello di scamuffare certi falsi assoluti dell'Ottocento, quei troppo umani relativi che avevan preso il posto del vero Assoluto. Ma poi si fermò e non volle o non potè vedere che la demolizione degli idoli della volgare o dotta conoscenza postula la ricerca e la riscoperta dell'indistruttibile Dio. Non fu dunque cristiano, come qualcuno per troppo amore assertò, ma l'opera sua, interpretata in questa luce, potrebbe aiutare una rischiosa apologetica, come già quella di Raimondo di Sebonde di montagnesca memoria.
Pirandello dimostrò drasticamente che i cieli dipinti del teatro son di tela e che i sedicenti soli del palcoscenico son giochi d'elettricisti ma non seppe e non volle scoperchiare il tetto e ritrovare il cielo autentico e il sole divino.
Tutti gli esseri umani eran per lui «personaggi», tutti quanti e non soltanto quelle sei lamentevoli (e lamentose) creature che un giorno invasero la sua fantasia e un inverosimile palcoscenico. Ma i personaggi implicano una trama da svolgere, uno scenario dove agire, e soprattutto e avanti tutto un Autore. Ma questo supremo Autore non può essere uomo, sia pur di genio, perchè ogni uomo è anche lui, secondo lo stesso Pirandello, un personaggio, cioè, una larva d'anima, che ha bisogno d'un creatore per vivere, per conoscersi, per affermarsi, per durar sempre. Luigi Pirandello fu un grande, un fecondo, un originale autore ma non riuscì mai ad incontrare quell'Autor Sommo che non crea soltanto cervelli ragionanti ma uomini integralmente e caldamente vivi.
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